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domenica 5 giugno 2011

L’anoressia sentimentale - Una testimonianza

Una testimonianza

Salve, sono una ragazza di 28 anni e vorrei sapere la sua opinione, circa un importante aspetto della mia personalità.
Mi sento una disadattata sentimentale; o meglio, ho serie difficoltà a relazionarmi coi ragazzi.

Ho sentito parlare di “Anoressia sentimentale” e al riguardo ho letto il libro “La ferita dei non amati“ di Schellenbaum, come anche il suo concetto di “autarchia sentimentale” nel suo libro “Quando l’amore è una schiavitù”.

Ho capito quel concetto, ma poi in concreto cosa fare per migliorare la mia situazione? È davvero questo il mio problema?

Le racconto in breve la mia storia. Ho avuto un’unica relazione importante, durata un anno e mezzo, di cui gli ultimi nove mesi passati in una seria depressione, o meglio, così diceva la mia psicologa, in stati ansiosi dovuti alla malattia del mio ragazzo.

La malattia del mio ragazzo era un problema di cuore, ma non era così grave e a posteriori ho scoperto che forse lo era ancor meno. Stavo molto male per lui, sentivo il peso che la sua malattia mi metteva sulle spalle. Il nostro rapporto è entrato in crisi. Poi, dopo esserci lasciati, ho scoperto che lui si vedeva con un’altra. C’è da dire che non avevo più rapporti con il mio ragazzo. Da quello che diceva la mia psicologa (con i suoi forse) era un modo di punire lui per la sua malattia.

Poi dopo essere stata per due tre anni senza prendere in mano la mia vita, spronata da una mia amica laureata in psicologia ho avuto una storia estiva con un ragazzo, ma si è rivelata una presa in giro da parte sua. Anche qui sono andata in terapia. Dopo di ciò (quindi da 2 anni) la mia vita sentimentale è stata inesistente. C’è anche da dire che non riesco a gettarmi in storie senza avere un po’ di confidenza, a meno che non mi capiti il classico colpo di fulmine o che comunque sia particolarmente affascinata, o che lui sia molto paziente nel corteggiarmi.

La mia ultima terapia è stata un’esperienza bellissima, la cosa che il mio terapista mi disse è che non ci sono dei canoni per costruire una vita sentimentale, non si deve arrivare per forza al matrimonio, ad avere figli e altro. Quando ripenso a queste idee, capisco che ero in difficoltà anche ai tempi del mio primo ragazzo. Forse non volevo sposarlo e nemmeno avere figli. Ma più ci rifletto e più penso che la mia vita sia già finita.

Poi c’è da dire che non riesco neanche a vedere positivamente l’eventuale conoscenza tra i miei e il mio possibile ragazzo. I miei genitori sono persone normali come qualsiasi altro genitore con lati positivi e negativi, ma non riesco a trovare una visione serena sull’entrata di questa persona nella mia famiglia di origine. Ci dovrebbe essere una integrazione, non potrei vivere due vite separate. Mi rendo conto che tutto quello che dico rivela la mia immaturità e la mia incapacità di vedermi staccata dai miei.

Un’altra cosa, mi sento incapace di stare con una persona, forse è troppo impegnativo e io sono inesperta, non mi sento all’altezza, però allo stesso tempo lo vorrei. O forse non per sempre. Non so.

Mi rivolgo a Lei perché non ho voglia di andare di nuovo in terapia, ho comunque in alcuni periodi dei momenti tristi e avverto un senso di disadattamento in generale. Mi sento di non avere un’esistenza serena. Mi sembra che la causa sia qualcosa che non riesco ad identificare e che sia la stessa dalla mia prima crisi ai tempi del mio primo ragazzo, è come se fosse un rospo da buttare fuori, di cui non conosco il nome e quindi non me ne posso liberare. La sensazione l’ho avuta anche se durata poco, con mia seconda storia.

Non mi butto giù, sono una iperattiva, lavoro in trasferta, viaggio continuamente. Cerco di frequentare la palestra, diciamo il mio cervello non stacca mai. Leggo anche vari libri di psicologia e filosofia, per ricercare la causa del mio malessere. È così che sono arrivata a Lei. Quindi non pongo limiti alle possibili strade da percorrere.

Grazie mille


Commento

La ragazza che ha scritto questa mail soffre di una disaffettività di tipo “isterico”, non di una anaffettività di tipo narcisistico. Mi spiego. La ragazza ha provato ad avere delle storie, lo ha fatto con sincerità, ma ha fallito. In prima battuta, ha punito il suo ragazzo negandogli i rapporti sessuali solo perché lui s’era ammalato di cuore.
Ecco quello che lei stessa dice:
“La malattia del mio ragazzo era un problema di cuore... Stavo molto male per lui, sentivo il peso che la sua malattia mi metteva sulle spalle. Il nostro rapporto è entrato in crisi... C’è da dire che non avevo più rapporti con il mio ragazzo. Da quello che diceva la mia psicologa era un modo di punire lui per la sua malattia.”
L’episodio, che getta un’ombra di cinismo sulla personalità della ragazza e su tutta la storia, è il frutto di una fobia del legame, soprattutto allorché questo fa sentire deboli. Il ragazzo ammalato non appare più un compagno forte; ormai è percepito come un “debole”, quindi da allontanare pena il sentirsi anche lei precipitare nel gorgo della stessa inermità, della stessa debolezza.

L’idealizzazione della forza e della insensibilità contro la tolleranza empatica della vulnerabilità (tenerezza) è un tipico tratto isterico. La ragazza vuole essere forte e vuole un ragazzo all’altezza; se questo crolla, lei lo denigra e lo punisce; poi lo abbandona. Infine, ha storie promiscue che pian piano la gettano nella confusione.
Questa idealizzazione isterica della forza e della freddezza affettiva risalta dall’esaltazione con la quale la ragazza recepisce alcune affrettate parole del suo terapista:
“La mia ultima terapia è stata un’esperienza bellissima, la cosa che il mio terapista mi disse è che non ci sono dei canoni per costruire una vita sentimentale, non si deve arrivare per forza al matrimonio, ad avere figli e altro. Quando ripenso a queste idee, capisco che ero in difficoltà anche ai tempi del mio primo ragazzo. Forse non volevo sposarlo e nemmeno avere figli. Ma più ci rifletto e più penso che la mia vita sia già finita.”
Inavvertitamente, il terapista, raccontando troppe cose sulla propria ideologia di vita (errore frequente nei terapisti che non hanno sufficiente consapevolezza del transfert), ha dato conferma e approvazione alla tendenza isterica della ragazza, tendenza che la spinge a negarsi all’amore: l’effetto è il vuoto depressivo e la sensazione di essere finita.

Come spesso accade in queste storie, l’idealizzazione della forza coincide con una debolezza pragmatica oggettiva: la ragazza vive ancora coi genitori. La sua forza è dunque un velo mimetico che occulta una certa incapacità di rischiare e di tentare l’autonomia.

In sintesi: possiamo parlare anche in questo caso di “anoressia sentimentale”: la base del disturbo tuttavia non è l’incapacità affettiva atona, apatica, distante, tipica del narcisista; è piuttosto il movimento ambivalente, ambiguo, di va e vieni dalle relazioni e fra le relazioni, fatto di invocazioni di amore e improvvisi attacchi al legame (gelosie, freddezze, crudeltà) tipiche dell’isteria, che lasciano la persona vuota e in preda alla depressione.

http://affettivitaamore.altervista.org/anoressia_sentimentale-testimonianza.html

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