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lunedì 4 aprile 2011

Roma, assistente sociale costringe per un anno genitore a visite protette. Rimossa

Un'ora al mese. Sessanta minuti in cui vedersi, parlarsi, confidarsi e raccontarsi di una vita difficile, certamente, ma resa impossibile da una separazione ancora faticosa da comprendere.

È la storia di Fabio Bigonzi e di suo figlio oggi tredicenne. La trama di questa vicenda è simile a tante altre e per questo occorre accendere qualche riflettore su un sistema a «tutela» dei minori che troppo spesso si stenta non solo a capire ma a giustificare. Il signor Bigonzi si separa consensualmente dalla moglie nel 2002.

Nel 2006 il figlio viene affidato a una casa famiglia. Ha otto anni e può vedere il padre una domenica al mese e un giorno a settimana per un'ora. La proposta di affidamento al genitore è ostacolata dalle difficoltà economiche dello stesso. Che però si dà da fare e oggi è un operatore Ama.

Nel 2009 poi un decreto del Tribunale dei Minori nel confermare gli incontri protetti, impone di valutare la graduale possibilità di consentire al padre incontri prolungati e non assistiti.

È qui che, forse, inizia la salita più ripida. I rapporti tra il signor Bigonzi e l'assistente sociale del VI Municipio, secondo quanto riferito negli atti giudiziari, non sono idilliaci. Fatto sta che nel novembre 2010 le visite vengono ridotte a un'ora al mese.

Un'agonia. Nonostante il minore, a detta dello stesso assistente sociale ascoltato dai giudici, «richieda a gran voce di poter vedere più spesso il padre». Ora, in sede d'Appello l'avvocato Faragasso, che assiste Bigonzi, torna a chiedere l'affidamento al padre e alla nonna paterna, che non vede il nipote da quasi un anno.
 
Nel frattempo una prima piccola vittoria è stata raggiunta, un curatore speciale del Tribunale dei Minori ha preso il posto dell'assistente sociale. La prossima udienza è fissata in giugno. Due mesi.

Sembrano pochi ma per un padre e un figlio che possono vedersi solo per 60 minuti ogni 30 giorni è davvero un'eternità.

Fonte: iltempo.it

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