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sabato 2 aprile 2011

La rivoluzione criminale del femminismo - di Giancarlo Belli

Decidere di sposarsi a tutti i costi, con l’asso del divorzio nascosto nella manica, significa volere tutto ed il contrario di tutto. 

A mio avviso, il movimento femminista ha condotto una rivoluzione criminale, non tanto nei confronti del genere maschile, quanto nei confronti dell’umanità. All’insegna dell’ ideologia più sfrenata ha combattuto e vinto battaglie che non avrebbero mai dovuto essere combattute. 

Il divorzio è una di queste battaglie. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Come dicono le statistiche, oggi un quarto dei matrimoni si chiude con il divorzio. Tuttavia, detto così, il dato non rende ancora bene quello che sta avvenendo.

Infatti quando si parla di un quarto dei matrimoni che si sfasciano ci si riferisce a tutti i matrimoni, anche a quelli celebrati cinquant’anni fa. Sarebbe opportuno invece sapere quanti, tra i matrimoni celebrati negli ultimi dieci anni, resisteranno fino alla fine naturale senza cedere al generale sconquasso introdotto con la legge sul divorzio.

Si parla del divorzio come di “una legge giustamente voluta e richiesta dai movimenti femminili per dare risposta ad una indissolubilità del matrimonio che trovava nella realtà sociale del tempo l´ingiustizia di convivenze impossibili.”

Intendo confutare questa tesi.

Tanto per cominciare il movimento femminista ha voluto ed ottenuto il divorzio non certo perché aveva a “cuore” l’ingiustizia di convivenze impossibili. Il movimento femminista lottava e lotta ancora oggi per emanciparsi dal maschio in un’ottica di scontro e guerra aperta per il potere. Altro che ingiustizia di convivenze impossibili. Ed in effetti, a pensarci bene, non ha forse ottenuto, con il divorzio, esattamente quello che voleva ? …Uno strumento con un potenziale distruttivo impressionante. E chi paga sono poi i soggetti più deboli (figli e uomini, nell’attuale momento storico).

Se si accetta la tesi del movimento femminista, cioè la tesi del matrimonio a guisa di un carcere per persone che non si amano più, allora si accetta, inevitabilmente, di entrare nella logica della contrapposizione e della lotta di genere, logica voluta ed imposta dal femminismo. E’ illusorio pensare di “governare” con norme e leggi un fenomeno come quello del divorzio che è di aperta contrapposizione tra coniugi e che reca ferite inguaribili alle persone direttamente coinvolte.

La questione del matrimonio è molto semplice. Il matrimonio è uno strumento giuridico “inventato” dall’uomo per stabilizzare situazioni familiari che, diversamente, non avrebbero potuto godere “a lungo” dell’ impegno del maschio a mantenere e difendere la propria famiglia. Non ho le basi storiche ed antropologiche, ma sono convinto che il matrimonio abbia costituito una pietra miliare nella storia della crescita “umana e civile” dell’essere umano. Ebbene, con l’introduzione del divorzio, si è fatta marcia indietro azzerando gli enormi vantaggi che aveva portato il matrimonio. Di fatto abbiamo riportato la famiglia in una situazione di provvisorietà e precarietà.

D’altronde molti pensano che, se da un lato il divorzio è sinonimo di libertà individuale, dall’altro esso spaventa, perché è divenuto chiaro a chiunque (man mano che ha preso forza la consapevolezza individuale dei cambiamenti storici) che oggi i rapporti interpersonali sono destinati a finire.
Bella conquista ! Davvero una bella vittoria… dell’egoismo e dell’individualismo. E non sono soltanto i rapporti marito-moglie ad essere a termine; spesso vittime della provvisorietà sono anche i rapporti padre-figli e madre-figli con conseguenze devastanti non solo per le persone direttamente coinvolte ma anche per l’ intera società (che è basata sulla famiglia).

Oggi, a quarant’anni dall’introduzione di quella legge, occorre fermarsi e ripensare il matrimonio. Ripensare, con umiltà ed onestà, a quale sia la funzione fondamentale e preziosa che svolge, da millenni, questo insostituibile strumento giuridico. Soprattutto riscoprire tutta la straordinaria positività che promana dal matrimonio. Insegnare, alle giovani generazioni, che le difficoltà legate alla convivenza possono e debbono essere superate, sia pure con sacrificio. Rinunciare al sogno di una felicità mitica, frutto di una personalità puerile ed incapace di affrontare la realtà. Infine riconoscere il carattere essenzialmente antitetico del divorzio rispetto al matrimonio.

Per le realtà familiari realmente difficili resta comunque la separazione che, pur permettendo ai coniugi di interrompere la convivenza, non li svincola dagli impegni che si sono liberamente assunti con il matrimonio. La convivenza inoltre, una volta cancellata la possibilità del divorzio, indurrebbe i coniugi a ripensare e, ove possibile, rifondare il loro matrimonio con immenso beneficio dei figli ma anche degli stessi coniugi.

Mi si consenta un’ultima considerazione. Il matrimonio è oggettivamente indissolubile. Non lo dice solo la Chiesa: lo dice il buon senso. Se una persona non se la sente di sposarsi, la soluzione non può essere soltanto il divorzio. La soluzione è non sposarsi. Si può fare una famiglia felice anche senza il matrimonio. Decidere di sposarsi a tutti i costi, con l’asso del divorzio nascosto nella manica, significa volere tutto ed il contrario di tutto. La conseguenza però è che le cose perdono il loro significato.

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